Contro la crisi serve un po’ di fortuna. Parola di banche centrali
Per limitare i danni di una tempesta finanziaria come quella in corso servono buone politiche pubbliche o soltanto una robusta dose di fortuna? Entrambe le cose, secondo una ricerca appena pubblicata dalla Banca dei regolamenti internazionali, l’istituto con sede a Basilea che ha come azioniste le principali Banche centrali del pianeta. “Good policy or good luck?” è il titolo dell’ultimo paper firmato da tre economisti (Stephen G. Cecchetti, Michael R. King, James Yetman) della Bri. di Marco Valerio Lo Prete e Alessandro Marchetti
13 AGO 20

Secondo Cecchetti, King e Yetman è sufficiente mettere in fila la performance di crescita di 46 paesi (22 industrializzati e 24 in via di sviluppo) prima e dopo la crisi nata nel 2007 dai mutui subprime: analizzando l’andamento del pil, si scopre che i primi a riprendersi dallo choc sono stati paesi come Australia, Cina e Indonesia, con tassi di crescita medi rispettivamente del 2, del 9 e del 5 per cento. Nello stesso periodo, però, Giappone, Messico e Regno Unito, per esempio, hanno subito contrazioni del pil tra il 5 e il 10 per cento a trimestre per cinque o addirittura sette trimestri consecutivi. “Per uno spettatore, questa performance così varia sicuramente appare arbitraria. Perché i cittadini capaci e operosi di alcuni paesi sono stati costretti alla disoccupazione, mentre altri no?”.
Nessuno nega che avere i fondamentali in ordine serva a qualcosa: i paesi che hanno resistito meglio alla crisi avevano un settore bancario ben capitalizzato, rapporti contenuti tra depositi e prestiti, un surplus della bilancia dei pagamenti e corpose riserve di valuta estera. Il punto però, spiega la Bri, è che non è detto che tutto questo basti. Meglio ancora dei paesi che esigevano rigorosi requisiti di capitale, per esempio, sono andati quegli stati che tra il 1990 e il 2007 erano già stati investiti da una crisi del sistema bancario; i problemi vissuti in passato, banalmente, avevano vaccinato governanti e regolatori finanziari, facendoli preparare al peggio. Ma è stato solo un caso.
Ancora: i paesi con un mercato finanziario meno aperto verso l’esterno, non necessariamente per volontà politica, se la sono cavata mediamente meglio degli altri. Ma poi anche nella categoria dei “refrattari” a Wall Street e dintorni, il caso è ancora una volta decisivo: una piazza notoriamente chiusa a capitali stranieri come quella di Città del Messico, è stata penalizzata oltremodo dall’effetto domino creato dai subprime (nel 2009 il tasso di crescita del pil è sceso di 9 punti), a differenza dell’Indonesia che pure ha anch’essa un mercato del credito tra i più asfittici del pianeta. In questo caso, la sfortuna del paese centroamericano ha il volto della stretta dipendenza dei messicani dai prodotti made in Usa.
Infine, per i cantori della fine del libero mercato, la Banca dei regolamenti internazionali riserva una sorpresa finale: “I paesi con un governo meno invasivo (small government), sia in termini di basse entrate fiscali sia di minore spesa pubblica in rapporto al prodotto interno lordo, hanno avuto più successo degli altri”. Per tutti i governi alle prese con i colpi di coda della crisi, è il caso di dirlo, good luck!
di Marco Valerio Lo Prete e Alessandro Marchetti